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RECENSIONI ALBUM

Intervista-recensione “Quanto Basta vol. 3” (settembre ’18)

https://www.lamusicarock.com/esclusive/gian-marco-basta-quanto-basta-vol3-anteprima-album-intervista/

E’ uscito in anteprima esclusiva su Lamusicarock Quanto basta vol. 3, il nuovo disco del “cantattore tragicomico” Gian Marco Basta. Per l’occasione abbiamo fatto una lunga chiacchierata con lui, per conoscere meglio la sua arte e i bellissimi personaggi che popolano il disco.
Buon ascolto e buona lettura!

di Eleonora Montesanti

Quanto Basta vol. 3 è il terzo disco del cantautore bolognese Gian Marco Basta, registrato all’Underground Studio di Bologna e in uscita il 15 settembre 2018. Dieci brani che raccontano di storie marginali, di amori andati male e di vicende di varia umanità, dove il “cantattore tragicomico” delinea con ironia espressionista il proprio ritratto in musica.
Siamo lieti di ospitarlo in anteprima su Lamusicarock con due giorni di anticipo, insieme a una bellissima intervista che Gian Marco ci ha rilasciato per accompagnarci (e accompagnarvi) all’ascolto.

Caro Gian Marco, ti va di raccontarci come è nato il tuo nuovo album, Quanto Basta?
L’album è nato dall’esigenza di “fermare in musica” i miei ultimi 2 anni. Non sono il primo a farlo, ovvio, ma il mio modo di intendere l’autobiografismo è simile a come lo intendeva Federico Fellini: uno smisurato elenco di bugie verosimili. Sia le canzoni intimiste, che quelle scritte in terza persona dove metto in scena i miei personaggi, nascono e mettono in luce una parte di me. Come un attore, quando mi esibisco, “indosso” i personaggi. Per spiegare meglio cosa intendo, vi propongo l’aneddoto che Dario Fo ha raccontato alla Libera Università di Alcatraz, nel marzo 2013: “L’attore è come quella persona che passa vicino a una scala con sopra un secchio di vertice e, inavvertitamente, urta la scala e la vernice gli cola addosso. La vernice è la maschera, il corpo è la chiave per raccontare di quella maschera”.

Le dieci canzoni che compongono il disco sono storie tragicomiche in cui il tuo punto di vista sa esaltare i dettagli e le sfumature più particolari. In che modo “scegli” i tuoi personaggi?
Sono i protagonisti delle mie canzoni a scegliere me! Da grande frequentatore di bar, ascolto le storie, osservo i movimenti, i tic, se quello davanti a me abbassa gli occhi o fissa intensamente il suo interlocutore, sia esso un uomo, un panino o un cantiere. Sono attratto dai non integrati, i “dis-integrati”. Voglio capire il perchè di una solitudine, la grande forza d’animo, le mascalzonate di un uomo capace di autodeterminarsi. Spesso queste persone sono capaci di costruirsi un ordine e una disciplina di azioni e pensiero da fare invidia a un comandante di battaglione.

Quanto Basta è pieno di riferimenti e citazioni culturali. Dal cantautore russo Vysotsky allo psichiatra Andreoli, passando per Ibsen e Genet. Dall’altra parte c’è una forte ispirazione nell’umanità semplice e quotidiana. Qual è il punto di contatto tra i due mondi? Potrebbe essere la bellezza?
Certamente, la bellezza è qualcosa che va molto in profondità, ben più di un profilo francese o una bocca madreperlacea. Mi è sempre interessato stringere rapporti con le persone e la realtà profonde, rapporti radicali, nel senso di radice: due radici che si uniscono una all’altra, dentro la terra, non tolgono nutrimento alle rispettive piante, ma sanciscono un’alleanza che dura il tempo dell’assalto di agenti patogeni esterni. Un cattivo ambiente dove si vive distrugge tutto, dalla piante ai rapporti umani (declinabili in famiglia, amicizia, amore).

Ti prego, raccontaci qualcosa di più su Roby Puma, il “matto di Bellaria” a cui hai dedicato una canzone…
Roby Puma è stato per trent’anni il personaggio più strepitoso della località balneare di Bellaria-Igea Marina (Rimini). Non mi piace il termine “personaggio”, ma si addice molto bene al Puma, visto che ha rappresentato la fusione migliore tra persona-personaggio che abbia mai visto. Incapace di fingere in quanto folle, nei suoi cento e passa chili di amore verso la vita, si posizionava imperterrito sulla panchina davanti alla sala giochi Sport (la sala giochi di mio nonno Tonino) e lì, con chitarra elettrica, parrucca e radio, alzava il sipario sul suo concerto. I bellariesi non solo lo tolleravano, ma la sua stravaganza attirava i turisti, perchè ogni giorno se ne inventava una. Il suo vero e proprio “atto unico” in cui, vestito da Dottor Morte, faceva le corna con tutte e due le mani sotto il monumento del Milite Ignoto, è entrato nella memoria collettiva. Mi ha ricordato molto l’inizio di “Luci della città” di Chaplin, quando la giunta comunale inaugura un monumento e, levato il telo, trovano Charlot che sta dormendo tra le braccia della statua.

A parte le canzoni più intimistiche, c’è un personaggio tra quelli del disco che ti somiglia più degli altri?
Il protagonista di “Accalappio cani” lo sento molto vicino a me. E’ una storia sbilenca e tragicomica come spesso sono le storie di questi dis-integrati: sul punto di suicidarsi da un ponte, il vento gli sbatte in faccia un foglio che gli cambierà la vita. Trova scritto: “Ho perso il mio chiwawa, 3000 euro a chi me lo riporta”. E cosi ha di nuovo uno scopo nella vita: agguantare questi soldi, cercando di trovare un cane il più possibile somigliante alla foto. Le mie canzoni sono piene zeppe di “deus ex machina”: nella canzone “Videoslot”, un ipovedente che si è giocato tutta la pensione di invalidità alle slot machine trova rifugio per la notte in un cassonetto ma è inverno e muore di freddo. Così va in paradiso, e incontra San Pietro che non solo gli offre due occhi nuovi di zecca ma anche 1000 euro, prima di rispedirlo sulla Terra. Appena “resuscitato”, eccolo di nuovo alle slot machine, con i soldi che gli ha dato San Pietro. Testardi, testardi e liberi, ecco come sono i miei personaggi.

Quanto Basta è il tuo terzo disco da cantattore, ma nel tuo percorso artistico c’è anche la poesia. Qual è la differenza più grande tra lo scrivere una poesia e una canzone?
L’unica differenza tra poesia e canzone è proprio quella più appariscente: la linea melodica e l’ipnosi della musica, due fattori che creano una ulteriore dimensione, potentissima, oltre il testo stampato. Carmelo Bene diceva che la poesia è il morto orale. Mi trova perfettamente d’accordo: dal 2006 al 2010 ho girato il nord Italia proponendo reading di poesia, accompagnato dal chitarrista jazz Joseph Circelli. Stavo facendo i primi passi verso il “Teatrino di Basta”, lo spettacolo di teatro-canzone che tuttora porto in giro. Ma mi accorgevo che il pubblico non riusciva a reggere una lettura per più di mezz’ora, così ho deciso che le mie storie dovevano avere un maggiore respiro e ho iniziato a comporre canzoni.
La poesia dei grandi poeti, in primis Jorge Luis Borges, Giorgio Caproni, Dylan Thomas, arriva a una profondità che il testo di una canzone obiettivamente fatica a raggiungere. Se però quelle 50, 60 parole di una canzone si abbracciano a doppio filo con la melodia e con l’arrangiamento che incalza, ecco che possono diventare spine irritative pesanti e scuotere l’ascoltatore come una maracas.

Qual è, secondo te, il ruolo della canzone d’autore (e di conseguenza quello dei cantautori) nell’attualità?
Il ruolo della canzone d’autore è quello che è sempre stato, già da quando la si chiamava “canzone popolare o dei cantastorie”: raccontare la realtà, che sia semplice descrizione oggettiva di una vicenda (e in questo sono insuperabili le canzoni del filone della mala milanese, quelle di Strehler, Fo, Svampa e Della Mea per intenderci) o descrivere gli anfratti della mente umana, quel “sottomondo” interiore che ha un contatto più o meno diretto col circostante, l’ambiente della città e le vicende politiche contemporanee. Il cantautore e amico Salvo Giordano ha detto di me che sono il cantautore più “politico” che abbia mai incontrato, perchè racconto “della città, di individui e di bollette da pagare”. Mi piace come definizione.

Quali sono i tre cantautori che ti piacerebbe venissero insegnati a scuola?
Dipende dalla scuola: a una classe di scuola media difficilmente proporrei Paolo Conte, mentre alle superiori vedrei bene lo studio (ah, che orrore questa parola) o meglio la lettura dei testi di Enzo Jannacci e Piero Ciampi. E, appunto, Paolo Conte. Ci vorrebbero tredici pagine per elencare i motivi della scelta di questi tre artisti, mi accontento di dire che i primi due sono stati l’argomento della mia tesi di laurea: Enzo Jannacci della laurea specialistica al Dams, e Piero Ciampi della tesi di laurea magistrale in Italianistica. Tra l’altro entro i prossimi 2 anni concluderò il “post lauream” e mi ritroverò professore di ruolo di Italiano e Storia in una scuola superiore di Bologna. Così tutti potranno dire: “Basta ha copiato Vecchioni che è prof e cantautore”. E io gli risponderò: “No, ho seguito l’esempio di Fabio Fanelli, anche lui cantautore”. Si va avanti per maestri nella vita!

Cosa rappresenta per te il palcoscenico?
Il palcoscenico è il luogo dove mi sento più a mio agio. E’ la mia “comfort zone”, dove c’è la giusta distanza, la giusta luce, dove posso dire: bene, ora potete giudicarmi, ora vi porto un’ora e mezza a braccetto con me, e mi seguirete perchè conosco ogni trucco per farvi godere. Ma la gente non aspetta che un tizio salga sul palco per giudicarlo: la cosa più snervante degli spettacoli è il prima e il dopo, dover parlottare un po’ con tutti, dimostrarsi affabile, spensierato, sempre curioso, quando molto spesso hai i tuoi pensieri e trovarti abbracciato ad un omaccione di provincia con l’avambraccio peloso e sudato, non era il tuo obbiettivo di fine serata. Altra cosa sono i viaggi in macchina col pianista verso i locali: lì mi diverto come un matto. Il Maestro Claudio Giovannini è la persona che più mi conosce e abbiamo una sintonia fuori dal comune. Come si dice a Reggio Emilia quando si parla di due amici per la pelle: “Ehi, ma quei due hanno proprio il filo della polenta”.

Quali sono i prossimi appuntamenti live in cui è possibile venire ad ascoltarti?
Ho appena confermato tre serate teatrali a Bologna, una più bella dell’altra: il 6 ottobre al Factory Teatro, il 26 ottobre al Teatro del Navile (il teatro fondato da Lucio Dalla) a cura di Nino Campisi, e il 9 novembre al Teatro del Circolo Ufficiali. In questo periodo sto organizzando il tour autunno-inverno di presentazione del disco che mi vedrà impegnato in diversi club e locali italiani. Tra le date già confermate: al Macondo Bibliocafè di Bergamo, al Bastian Contrario di Parma, a L’Angoletto Bistrot di Fabriano, il Wino di Catanzaro, al Birrificio Mazepegul di Civitella di Romagna, alla Fucina 209 di Granarolo e al Birrovia di Cuneo.

http://indiepercui.altervista.org/gian-marco-basta-quanto-basta-vol-3-autoproduzione/

Torna il cantautorato sghembo di Gian Marco Basta, torta tra gli anfratti di una vita che ama rimanere dietro l’angolo dei pensieri pronta ad intascare un sogno irrealizzabile per ogni passante, laggiù, lontano. Il terzo disco del cantautore bolognese è un inno vivente ai problemi di questa nostra realtà, è un osservare attentamente con sarcasmo e cinismo il mondo che ci gira attorno e nel contempo è una ricerca interiore di parole e frasi per comunicare uno stato, una parvenza di realtà, un irreale bisogno di appartenenza a questa nostra società all’apice del collasso. Il nostro musicista, davanti a tutto questo, se ne resta seduto a guardare, a scrivere e a raccontare, a comporre di stati d’abbandono e di ironia gridata al vento grazie ad ossimori, giochi di parole, velate allusioni, tra il Don’t Cry alla Crai passando per Il mio ego è diventato un Lego, Videoslot fino ad arrivare ad Accalappio Cani a chiudere un disco sul teatro della vita che ogni tanto sa strappare qualche sorriso genuino e carico di una bellezza quasi infantile, necessaria.

Don’t Cry Alla Crai È Il Primo Singolo Estratto Da Quanto Basta Vol. 3, Il Terzo Disco Del Cantautore Bolognese Gian Marco Basta

http://www.lafabbricadelsuono.it/dont-cry-alla-crai-e-il-primo-singolo-estratto-da-quanto-basta-vol-3-il-terzo-disco-del-cantautore-bolognese-gian-marco-basta/

Un ragazzo si innamora della commessa della CRAI, ma è così timido che non riesce a confessarle il suo amore. Cosi lui, in modo ossessivo-paranoico, riempie il suo vuoto esistenziale comprando, comprando, comprando… Una canzone debitrice di Sartre e, insieme, una feroce critica della società consumistica.
“Quanto Basta Vol.3” è il terzo disco in studio di Gian Marco Basta, che vedrà la luce il 15 settembre 2018. Registrato all’ Underground Studio di Bologna, con gli arrangiamenti di Claudio Giovannini e di Giuseppe Quaranta, il disco conta dieci brani dove il “cantattore tragicomico racconta le sue storie metropolitane e un po’ sgangherate di ultra-marginali, perdenti, disgraziati, amori andati a male e di sfighe di umanità varia.

E nonostante tutto questo, o forse proprio grazie a questo, riesce a farti ridere”, come racconta lo scrittore e giornalista Nando Mainardi. Tra ballad sull’amicizia (Il Miglior Amico – To Lorenzo),
serratissimi swing (Accalappiacani) e polke ritmate, echi delicati che rimandano a Sergio Endrigo (Via Altaseta, 3) ma anche ai più ironici Enzo Jannacci e Piero Ciampi, Gian Marco Basta canta della commedia nella tragedia in un modo semplice e canzonatorio, restituendoci il suo più sincero ritratto in musica.

Dal magazine musicale Rumore, settembre ‘18

BAGLIORI NEL BUIO

Ironico al limite del grottesco, Gian Marco Basta è un cantattore bolognese che goliardicamente indossa le vesti del chansonnier, inforcando sincere e pazze melodiie. Un cantore d’osteria contemporaneo, che racconta con tattile e vivido realismo il mondo che ci circonda. Un disco che sembra scritto da un marziano sceso da un altro pianeta che non può far altro che dissacrare i cliche di un’epoca al limite del buio.

Simona Ventrella, recensione Quanto Basta Vol.3

http://www.radiocoop.it/gian-marco-basta-quanto-basta-vol-3/

Il “cantattore tragicomico” bolognese firma il terzo album con dieci brani autografi prevalentemente guidati dall’accoppiata piano forte e voce. Il tono è costantemente in bilico tra il sarcasticamente amaro e una vena ironica agrodolce, con Enzo Jannacci  (e un pizzico di Jacques Brel, Leo Ferrè e De Gregori) costantemente presente in filigrana. Il risultato finale è molto personale e interessante.

https://www.musictraks.com/gian-marco-basta-quanto-basta-vol-3-la-recensione/

Una voce un po’ perplessa, un arrangiamento molto tradizionale per Don’t cry alla CRAI, caso particolare di storia d’amore consumata nel mezzo di un supermercato.

Altri prodotti al centro della movimentata Vegano vegano, divertita e mossa dal pianoforte. Si recupera compostezza con Via Altaseta n.3, voce e piano, riferimenti culturali alti, immagini comunque poetiche.

Con Roby Puma i modelli emergono in maniera ancor più evidente, da Conte a Jannacci e via discorrendo, in un ritratto ridanciano che può ricordare Bartali.

Più moderata e jazz Il mio ego è diventato un lego, conferma del gusto per il nonsense su tinte un po’ vintage. Videoslot mette in fila alcuni vizi in una canzone molto ubriaca.

Meglio così invece affronta tematiche sentimentali dolorose da una prospettiva comunque alternativa.

Il migliore amico (to Lorenzo) ritrae le qualità e anche qualche asprezza dell’amicizia.

Devi rifare il letto riporta nel mondo delle marcette ironiche, ambientate stavolta in ambito coniugale.

Il disco si chiude con le minacce di Accalapiocani.

BIOGRAFIA GIAN MARCO BASTA

Gian Marco Basta, cantautore bolognese, inizia la sua carriera recitando poesie nei locali della sua città, delle quali pubblica due raccolte: “Pierrot Randagio” (2002) e “Bisogna Vivere!“(2008) editi entrambi da Libro Italiano di Ragusa.

Nel 2009 partecipa al Laboratorio di teatro-canzone di Enzo Jannacci alle Scuole Civiche di Milano, che lo porta alla scoperta del mondo cantautorale. Nel 2013 partecipa a due laboratori di
recitazione teatrale condotti da Dario Fo e Franca Rame, alla Libera Università di Alcatraz, Perugia. Nello stesso anno pubblica l’album “Teatrino di Basta”, co-prodotto dall’Associazione Culturale Studio SoundLab di Bologna.

Ad inizio 2016 esce per FonoFabrique il suo secondo album “Secondo Basta: dodici canzoni tragicomiche”. Dopo aver aperto il concerto di Tullio De Piscopo nel 2017 all’Estragon di Bologna, lavora al suo terzo disco “Quanto Basta, Vol.3” il cui video del singolo “Don’t cry alla Crai” ha da poco superato le 150mila visualizzazioni

Articolo su Rockerilla:

GIAN MARCO BASTA | Secondo Basta: dodici canzoni tragicomiche | FonoFabrique

Titolo un po’ didascalico a fronte di un album che Gian Marco Basta consegna al gioco ironico dell’amarezza. Ci sono donne che cambiano sesso al Dandy Pub, ragazze che spariscono dalla circolazione per preparare la tesi e guarda caso rimangono in stato interessante, Che insetto ti ha punto?; e c’è del blues che trascolora nel reggae per poi riprendere il filo della canzone d’autore. Il cantautore bolognese sa come governare il tutto. Possiede quella vocazione che lo porta ad essere sempre dalla parte che non t’aspetti e cambiare le carte in tavola ogni volta.

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Un piccolo viaggio intrigante nelle “sfighe” del vivere,quelle quotidiane che si accompagnano ai tic di una società dove è inevitabile citare il Monicelli di Parenti serpenti (Topicida), o prendersi la libertà delle parole secondo il criterio poetico di Aldo Palazzeschi a cui Basta si ispira in qualche episodio del disco. PAROLE IN LIBERTÀ.

Ugo Bacci

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http://www.ocanerarock.com/music/recensioni/gian-marco-basta-secondo-basta/

 

Secondo Basta: dodici canzoni tragicomiche“: è così che si chiama questo secondo album ad opera di Gian Marco Basta, uscito l’8 gennaio 2016 per FonoFabrique.

Il cantautore bolognese esprime in dodici canzoni, racconti sottili ed ironici contemplanti il rapporto tra uomo e donna, ma anche temi come quello dell’avidità, della depressione, della mania per il gioco d’azzardo e dell’ambiguità sessuale, il tutto con lo stile unico del “cantattore” bolognese, che attinge nella sua opera tanto dal cantautorato italiano quanto dalla scuola del teatro-canzone.

Ascoltandolo, sembra quasi di sentire un incrocio un po’ più folk tra Jovanotti, Vinicio Capossela e Alessandro MannarinoGian Marco Basta è infatti un cantante-narratore, che riesce ad attirare la nostra attenzione con facilità e che posa la sua voce maschia su dei ritmi un po’ reggae, che ben si adattano a testi intelligenti e pieni.

Dandy Pub’ è una canzone sulla noia e sul cambiamento, in un confronto tra stagioni e fasi del mondo a volte avversi ed a volte anche belli e goduriosi; ‘Che insetto ti ha punto’ canta in modo ridente una gravidanza malcelata e la successiva lontananza dall’amica gravida.
‘Contanti’ 
mette sulla riga una serie di personaggi, con i loro pregi ed i loro difetti: ma il mondo è bello perché è vario, nonostante quel ”cuore a forma di salvadanaio” che rende i soldi la cosa più importante di tutte, rendendo insopportabili certi comportamenti.
La traccia numero quattro è 
‘Artista Bonsai’ e narra di una solitudine triste, di una casa vuota e di un frigo per nulla riempito: il protagonista è un artista che sceglie la libertà alle complicazioni di un’esistenza ”normale”.
‘Una vita x la Snai’ è dedicata alle velleità di un sognatore ambizioso di una ricchezza irraggiungibile come la serenità di chi si lega in modo ossessivo al gioco, arrivando a soffrire di ludopatia; la Bologna dei suoi cittadini viene cantata, nella sua spigolosità, attraverso la traccia successiva, ‘Tole (Zikipapiku)’, ispirata anche ad incontri con belle spagnole tra note di pianoforte e canti d’amore in stile anni ’60.

Una voglia di partire ci inonda ascoltando ‘La corriera del mattino’ con richiami molteplici a personaggi famosi e non che passano per il mondo con passi accorti, trascinando storie e dolori di vario genere, immersi in quel traffico che riempe le strade della terra.

Si rialzano i ritmi in ‘Topicida’, ove la fisarmonica e gli altri strumenti ondeggiano sulla

decisione di pianificare un omicidio attraverso un veleno per topi solo con l’obiettivo di ottenere un’eredità troppo attesa. Toni più dark aleggiano in ‘Depressione (tu sei il mio xanax)’ in cui il panico di un periodo storico imperfetto ed insicuro lascia abusare di termini indicanti patologie molto più concrete.
È buio ne
 ‘La fine del futuro’, che introdotta dalle note di un piano illustra la chiusura di un amore che non concede più la speranza di credere ad un domani che potrebbe, invece, essere pieno di luce, mentre si vaga per la strada in ‘Cerco casa’ modellata su quella ricerca di un certo sé stesso che appare introvabile.
‘Lucia delle notti’
 chiude questo album così emozionante con un brano così malinconico da infiltrarsi tra le fibre di coloro che prestano esso l’orecchio, con l’immagine agrodolce di «uccelli ubriachi, dietro un arancia marcia»

Leslie Fadlon, blogger e opinionista

 

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https://crampi2.wordpress.com/2016/01/17/gianmarco-

basta-secondo-basta-12-canzoni-tragicomiche-fonofabrique-libellula-press/

 

Secondo Basta: ‘secondo’ come il lavoro n° 2 e secondo come ‘l’opinione di’. Le intenzioni del disco si intuiscono già dal titolo, ulteriormente chiarite dalla sua estensione: 12 canzoni tragicomiche, e infatti l’ironia, il disincanto, un filo di amarezza costituiscono la cifra emotiva, il filo conduttore dell’intero lavoro.

Fidanzate che cambiano sesso od ex che restano incinte; storie quotidiane di varia umanità che si incrociano per le strade di Bologna; l’ossessione per il denaro, che sfocia nelle (presunte) facili scorciatoie del gioco d’azzardo, o peggio in ‘fattacci’ da talk show pomeridiano, l’eterna povertà degli artisti, il male di vivere che può sconfinare nella disperazione, l’amicizia come ancora di salvezza, in alternativa alla dipendenza dai farmaci, novelle ‘ostie’ per gli adepti del ‘dio-Antidepressivo’.

Il cantautore bolognese parla di microcosmi umani e ‘massimi sistemi’ sociali, lasciando aleggiare nell’aria l’interrogativo sul se e quanto di autobiografico vi sia alla base dei suoi testi.

I suoni compongono un mosaico variegato e variopinto: blues, accenti spagnoli, la tradizione popolare, il reggae e il jazz.

Un lavoro che molto deve a una nobile e lunga tradizione, quella dei Gaber e degli Jannacci, condita per il gusto nell’uso delle parole di un Palazzeschi, nomi che lo stesso Basta cita trai propri riferimenti.

Secondo Basta” è soprattutto un disco divertente, che nel suo snodarsi fa nascere la curiosità per cosa avrà da offrire nel prossimo pezzo, dietro la prossima curva; ma allo stesso tempo è un lavoro che lascia un che di amaro, una vaga ombra di malinconia, come quando per strada si incontrano certi casi umani che strappano una risata, ma lasciano un filo di tristezza per ciò che si potrebbe nascondere dietro alla loro apparente comicità.

Crampi, blogger giornalista

 

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Trafiletto presente nel numero di Gennaio ’16 del mensile musicale Rumore

 

GIAN MARCO BASTA | Secondo Basta: dodici canzoni tragicomiche | FonoFabrique

Il “cantattore” bolognese fa il bis, con quel suo teatro-canzone che molto deve alla lezione di Gaber e Jannacci. Basta usa un linguaggio sarcastico, al limite dell nonsense, prediligendo i calembour, e lo affianca a stili musicali che non hanno un nesso apparente, pur combaciando bene co nil significato dei sinogli pezzi: che l’incedere sia folk, o blues, o rock, o pop, o reggae, o country o bossa.

Barbara Santi, critico musicale e giornalista

 

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Prefazione “Secondo Basta: dodici canzoni tragicomiche”:

 

“Il cantattore bolognese Gian Marco Basta colpisce ancora, e questo suo secondo lavoro conferma e rafforza quanto aveva già mostrato all’esordio.

Il Nostro continua a raccontare, con ironica tragicità, le sue storie metropolitane e un po’ sgangherate di ultramarginali, perdenti, disgraziati, amori andati a male e sfighe di umanità varia.

E nonostante tutte le disgrazie dei suoi personaggi, o forse proprio grazie a ciò, riesce a farti ridere. E nonostante ti faccia ridere (o forse proprio grazie a questo), ti affezioni alle sue storie, e ti immancolinisci un po’, come nelle canzoni di Jannacci e Ciampi, i suoi Maestri.

Come loro, canta ciò che, di una città, rimane più nascosto e sotterraneo.

Come loro, riesce a raccontarti la commedia della tragedia.

Insomma: roba che ha una sua complessità e che però suona semplice. E quelli bravi sono un po’ così: scrivono e cantano robe complesse, ma che suonano al tuo orecchio semplici semplici.

Mi piace pensare che Gian Marco assomigli un po’ ai protagonisti dei brani di questo Cd: altrimenti non saprei spiegarmi perché la sua voce e le parole delle sue canzoni suonino così vere.”

Nando Mainardi, giornalista e scrittore

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Recensione sul sito MUSICALNEWS.COM http://www.musicalnews.com/articolo.php?codice=32923&sz=4

Gian Marco Basta cantante, attore, autore, con un passato da poeta, per definirsi ha dovuto coniare una nuova parola:cantattore. E’ uscito il suo nuovo albumSecondo Basta.

Gian Marco Basta cantante, attore, autore, per definirsi ha dovuto coniare una nuova parola: cantattore. Con il suo look allaAristide Bruant (come gli ha fatto notare Max Manfredi), propone un repertorio di canzoni tragicomiche, sempre in bilico fra ironia e malinconia. 

Ha pubblicato da poco il suo secondo album, dal titolo Secondo Basta. Dodici canzoni, che raccontano storie di vario tipo e di varia umanità. Gian Marco è un cantastorie metropolitano, uno che cerca ai margini della società, che raccoglie le storie di chi come Francesco ha una laurea in economia e commercio per finire allo smercio e che sulla Corriera del mattino viaggia con altri derelitti come lui. Così c’è Anna incinta e abbandonata dal padre del bambino, Mohamed che vende accendini e Luisa la contrabbandiera che ha i denti fosforescenti al buio. Ma davanti al dolore ci può aiutare l’ironia, così un tema come la Depressionepuò diventare un pretesto per scherzarci sopra. Sono depresso, depresso, depresso, [...] nell’attacco di panico ci costruisco l’attico, ma è meglio non abusare della parola depressione, perché È come far sesso con un carabiniere/ E dire che l’hai fatto col vicequestore….

Sull’onda dell’ironia bisogna citare la bella Che insetto ti ha punto, un blues trascinante che racconta la storia di un incontro con una ex-ragazza, dopo molti mesi nove per l’esattezza, la quale si presenta con la pancia con l’extension. Le disgrazie sentimentali sono al centro di una’altra canzone Dandy Pub in cui l’amata cambia sesso. Nelle canzoni di Gian Marco Basta entra la vita reale con i suoi problemi sempre letti in chiave ironica, così troviamo lo sfortunato in cerca di una casa che finisce per trovare ospitalità da un trans, oppure il povero disgraziato affetto da ludopatia che ha vissuto Una vita per la SNAI. Pagine di cronaca nera diventano l’ispirazione per Topicida, in cui una famiglia cerca di uccidere la nonna con il suddetto veleno per topi, scontrandosi però con un epilogo piuttosto amaro. 

Si sente in tutte le canzoni l’influenza di Gaber e soprattutto di Jannacci, che Basta non fa mistero di amare moltissimo e considerarlo il suo Maestro. In particolar modo Jannacci della discografia dei primi anni, quando cantava canzoni come l’Armando, Ragazzo Padre, Faceva il palo. In Basta c’è la stessa propensione, che avevano i due artisti milanesi, a cantare i personaggi che gravitano intorno ai bar o che perdono tempo a girovagare per la città, cercando la loro fortuna. Lo sfondo non è Milano, ma Bologna con alcuni ritrovi tipici dei giovani universitari e post-universitari: il Barazzo, il Parco Nord, il circolo del biliardo. Basta con le sue canzoni riesce a ricreare le atmosfere che erano proprie della Milano degli anni sessanta, attualizzandole e adattandole alla realtà Bolognese e rendendole universali. Riesce a creare una piccola epopea di perdenti, guardati sempre con affetto e con la consapevolezza che le loro sfortune non sono poi tanto diverse dalle nostre.

Non mancano nell’album anche momenti più autobiografici, come Artista Bonsai, canzone “manifesto” sulla condizione (di solitudine) dell’artista, il quale canta quando ritorno a casa/ e non trovo nessuna sposa/ apro il frigo e mi faccio una lampada. Spinto però da un moto d’orgoglio conclude: Sarò artista per sempre/ canterò fino all’ultimo dente/ mi troverai affacendato nei bar/ tu con la prole, io con la libertà.
L’ultima traccia Lucia delle notti è dedicata ad un’amica, con cui si sono passate molte notti a girovagare per Bologna. Un’amica che sembrava inseparabile e che invece il tempo ha portato lontano. Le parole sono frammenti di vita vissuta insieme, accompagnate da arpeggi di piano che danno una sensazione straniante e un sax nell’assolo finale che accentua il senso di malinconia. E se qualcuno gli avesse detto/ a quei due magnifici ragazzi randagi/ che si cresceva, ci si perdeva/ ci si salutava/ loro gli avrebbero riso in faccia/ ubriachi come uccelli/ dietro un’arancia marcia.

Secondo Basta è un album con varie sfaccettature con frasi folgoranti, surreale e realista, sincero nel senso che non ha sovrastrutture, e che ha il coraggio di riprendere un genere musicale (quello del teatro-canzone e/o cabaret-canzone) che non ha avuto molto seguito negli ultimi anni.

Secondo Basta
1.Dandy Pub
2.Che insetto ti ha punto 
3.Contanti 
4.Artista bonsai 
5.Una vita per la SNAI 
6.Tolè (Zikipakipù) 
7.La corriera del mattino 
8.Topicida
9.Depressione (Tu sei il mio Xanax)
10.La fine del futuro 
11.Cerco casa 
12.Lucia delle notti

Testi e musica di G.M. Basta 
Arrangiamenti, Claudio Giovannini 
registrato e missato presso lo Studio SoundLab, Bologna da Alberto Irrera nel Marzo 2015 

Prodotto da Gian Marco Basta e Studio SoundLab

Federico Bergonzoni, opinionista e cantautore

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Recensione sul sito “IndiePerCui”   http://indiepercui.altervista.org/gian-marco-basta-secondo-basta-fonofabrique/

Secondo Basta è un pensiero, è un’opinione da bancone del bar, è l’esigenza ubriaca e strampalata, a volte stappa lacrime, a volte strappa risate, di definire un mondo quotidiano, fatto di sogni e certezze, ma anche di aspirazioni, di esigenze tangibili e ricercate, un mondo blues e offuscato, ma rincorso dal piglio leggero che si domanda e si interroga su temi quali l’amore, la depressione, il gioco d’azzardo, ma soprattutto quel tentativo che si assapora giorno dopo giorno di essere se stessi davanti a tutto.

Canzoni dei margini, canzoni che mettono al tappeto, un cantattore tragicomico che ricerca la propria identità nelle persone comuni, facendo sorridere e ridando speranza in qualche modo, per fare capire e far comprendere l’esigenza di andare oltre le apparenze, in una concezione non solo amara della vita, perché quell’amaro può trasformarsi in amore, eterno amore per tutto ciò che ci piace, eterna lotta per diffondere un pensiero, per alzare la testa e dire io esisto, fuori dal coro, fuori dalle aspettative comuni, dicendo Basta a tutto il resto che non conta.

Zordi84, blogger e opinionista

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Recensione su GruppiEmergenti:

A fine 2013 é uscito il disco “Teatrino di Basta (9 canzoni tragicomiche)” del cantautore (ma vedremo più in là che questa definizione sta un po’ stretta) pugliese di nascita e bolognese d’adozione Gian Marco Basta.  La musica di questo ragazzo trentenne racchiude in sè molte suggestioni e molte influenze di musicisti, cantanti, scrittori che tanto hanno dato alla cultura italiana,e non solo (da Jannacci a Fo passando per Brassens).

In particolare catturano i testi di Basta che focalizza la sua attenzione su storie di vita vissuta profondamente mediante sguardi, sapori, profumi di personaggi incontrati lungo la sua strada. Ed é proprio per questo motivo che le canzoni di “Teatrino di Basta (9 canzoni tragicomiche)” sono un mix di genuinità e poesia, dove il teatro incontra un cantautorato destrutturato in un tripudio di recitazioni ed interpretazioni disperatamente vitali. 

Teatrino di Basta



Lo spessore artistico di questo ragazzo é evidente ed emerge in maniera chiara dopo l’ascolto di questo disco in cui vi é un’alchimia magica tra le melodie e le parole che le accompagnano: si pensi ad esempio alla lampante bellezza di “Anonima ragazza Erasmus” oppure all’ironia intelligente e non banale di “Vivo all’INPS” o di “Don’t cry alla crai”. É chiaro ed evidente la ricerca del divertissement lessicale e linguistico in una formula che ripercorre un certo teatro canzone di qualche decennio fa; l’interesse suscitato da Basta sta anche nell’aver saputo attualizzare quelle atmosfere ed adattare a una quotidianità apparentemente più evoluta. 
Gian Marco Basta dimostra che si può fare musica in modo intelligente senza scadere nello scontato e senza porgere il fianco alla banalità; incutere curiosità e colpire l’ascoltatore per scelte e improvvisi colpi di scena sono peculiarità insolite. 

Entrate nel piccolo,teatrino di Basta, aprite occhi ed orecchie e lasciatevi stupire.

Antonio Giovanditti

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Articolo a cura di Antonio Oliviero

Quest’oggi avrei piacere di parlarvi del signor Gian Marco Basta, un personaggio da me incontrato un pomeriggio quasi per caso nel nostro studio di registrazione. Ebbene, dopo due chiacchiere, data la grossa mole di cose che aveva da raccontare, abbiamo deciso di accendere il registratore e di buttar giù un’intervista, o per meglio dire, prendendo spunto dai poeti futuristi: una lunga serie di “parole in libertà”.
Ciò che ne è venuto fuori è il ritratto di un’artista proteiforme ma anche dotato di una genuina semplicità, una personalità che sin dal primo impatto appare essere un bel connubio tra una vitale spensieratezza e l’amara malinconia tipica del dopo-sbronza, sempre rimanendo ironico e giocoso ma di tanto in tanto anche cinico…
Nella sua esperienza artistica Gian Marco Basta ha sperimentato diversi linguaggi, attraverso la scrittura poetica ed il teatro, il suo passaggio alla canzone è avvenuto in modo spontaneo. Una cosa che senz’altro risulta evidente nelle sue esibizioni è la voglia di dialogare, interagire, confrontarsi con gli spettatori, quasi a voler giocare, proprio sul celebre modello teatrale inglese delle plays del periodo shakespeariano dove il pubblico prendeva parte nelle scene recitate. Gian Marco si definisce un Bonimenteur, un intrattenitore che nelle sue performance alterna monologhi a canzoni fino a rendere la sua opera una sorta di ibrido creativo. I personaggi e le vicende raccontate nelle sue canzoni prendono vita sulla scena e la scena è quella di una Bologna da vivere, un variopinto bouquet di strade affollate, bar, piazze, musica, cani come coperte, ragazze erasmus e molto altro…Spesso le vicende narrate, seppur rese con uno stile comico, racchiudono un elemento drammatico che risulta evidente solo attraverso un attento ascolto delle parole e che alle volte ha un ché di metafisico, questa è un’altra particolarità di cui mi parla l’artista.
I modelli a cui più si ispira sono quelli della scuola cabarettista-cantautorale Milanese del periodo “tosto” tra gli ’50 e ’60, predilegendo personaggi come Dario Fo, Cochi & Renato, Felice Andreasi e I Gufi, ma sopratutto Enzo Jannacci un’artista capace di cogliere nelle sue canzoni la tragi-comicità degli eventi quotidiani con proposizioni semplici e geniali.

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Il modo di proporsi sulla scena di Gian Marco è stato definito come una forma di “follia strutturata”, ovvero, inizialmente ha l’aria di essere un’impulsiva improvvisazione folle per poi riacquisire dopo una serie di giri una forma organica e coerente. Le sue esibizioni sono spesso accompagnate da pianoforte e contrabbasso, senza affacciarsi all’idea di avere una band fissa, ma piuttosto una serie di libere collaborazioni in amicizia con diversi artisti, tra cui Luca Mazzamurro, Riccardo Paradoz, Willam Manera, Tizio Bononcini, Francesco Guarino, Silvio Perfetti e molti altri, questo per creare un’atmosfera calda e coinvolgente. I locali bolognesi più frequentati dal Signor Basta sono il Take Five in via Cartoleria, l’Alto Tasso in piazza San Francesco e la Vereda in via De Poeti dove organizzerà varie jam sessions.
Il suo primo album registrato in studio intitolato “Teatrino di Basta” uscirà il 21 Dicembre ed è composto da nove tracce.

  (1947)

 

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